giovedì 27 dicembre 2012



IL FUOCO DELLA TRADIZIONE


Le origini dei falò rimandano ad un’ancestrale ritualità coincidente con il solstizio d’inverno che creava ansia e timori nell’uomo, causati dall’affievolirsi della luce del sole, fonte di calore e vita. Per aiutare l’astro a recuperare il vigore, si accendevano grandi fuochi, i quali avevano molteplici funzioni: simboleggiavano la purificazione dal peccato originale e venivano utilizzati anche per bruciare tutto ciò che di negativo aveva caratterizzato il vecchio anno.

Un chiaro riferimento alla simbologia dei falò, lo troviamo anche nella letteratura. La luna e i falò di Cesare Pavese richiama perfettamente al ciclo delle stagioni che affianca tutte le vicende del destino dell'uomo.
Nel racconto, sul piano simbolico, ai falò dell’infanzia accesi di notte durante le feste contadine  - che simboleggiano  fertilità ed abbondanza dei raccolti  -  si contrappongono altri falò che comportano per il protagonista la perdita delle illusioni e la decisione di bruciare  il proprio passato. Infatti la casa della sua infanzia è bruciata dallo stesso falò che nei suoi ricordi illuminava le notti estive e rappresentava un grande momento di speranza nel futuro.

In diversi punti della Calabria, lo spettacolo dei falò è suggestivo.

A Fronti (Cz), nella notte della vigilia di Natale, è tradizione, come in molti altri paesi della Calabria, accendere un grande falò che arde per tutta la notte e spesso per tutta la giornata di Natale.
Un tempo, era usanza lasciare la legna per la “focara” davanti casa: i giovani giravano per raccoglierla e se non ne trovavano, a volte, la rubavano al padrone di casa, insensibile alla tradizione popolare. Veniva raccolta già molti giorni prima, ammucchiata nella piccola piazza antistante la chiesa, con l'aiuto di "carri", costruiti dagli stessi ragazzi con tavole e cuscinetti a sfera. Tutti i "Fruntari" o quasi, contribuivano nel dare un po’ di legna da ardere: "I ligna ppè lla focara de Natale" (la legna per il falò di Natale).

La popolazione si recava in chiesa per la Santa Messa della vigilia di Natale, al termine della quale, quasi alla mezzanotte, si assiepava intorno alla "focara" per assistere all'avvio delle fiamme, per poi organizzare canti natalizi e balli al suono dell'organetto e dell'armonica.

Le persone restavano intorno al fuoco, alternandosi nel compito di rinvigorire le fiamme fino all’alba, quando ormai stanchi ed assonnati, rincasavano soddisfatti e sereni.

I ragazzi, nel crotonese, giravano da un falò all'altro e premiavano gli organizzatori delle focare con fichi, mele, olio, noci e miele forniti dai più ricchi del paese.

A Santa Sofia d’Epiro, nel cosentino, il grande falò della vigilia di Natale non viene spento ma viene lasciato estinguersi da sé consumandosi in un paio di giorni. E’costume prendere un tizzone dal fuoco di Natale e conservarlo nelle proprie cose. Si ritiene infatti che il tizzone abbia il potere di allontanare i fulmini dalle case e il maltempo, per questo, veniva esposto sul davanzale di una finestra all'avvicinarsi del temporale.

Alcuni falò, nel periodo natalizio, accompagnano anche il passaggio delle divinità. A San Marco Argentano (Cs), il giorno della vigilia dell’Immacolata, i giovani andavano a raccogliere le canne per il luminerio.  Veniva allestito uno scheletro a forma di albero e, subito dopo cena, tutta la famiglia usciva di casa e dava fuoco al proprio luminerio che, per tradizione, doveva necessariamente consumarsi tutto. Alcuni studiosi affermano che la tradizione dei "luminari" alla vigilia dell'Immacolata, derivi in realtà dall'accensione di fuochi per festeggiare il dogma dell'Immacolata Concezione, proclamato da Pio IX nel 1854.





  





Fonti:

http://www.fronti.it/index.htm

http://www.impressionimeridiane.com/





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mercoledì 31 ottobre 2012



....ndi dati i beneditti morti?



Comune di circa 6.000 abitanti in provincia di Vibo Valentia,  Nicotera sorge a circa 210 metri di altezza sopra il Mar Tirreno.  Le affascinanti caratteristiche di questo territorio fanno da cornice ad una delle più belle, artistiche e suggestive città della Calabria ricca di storia e di arte.

Oltre ad essere un centro turistico di notevole importanza, la storia di Nicotera è impregnata di tradizioni popolari che fanno della cittadina l’epicentro di una famosa credenza ormai sbarcata oltreoceano.
A fine Ottocento, la notte del 31 ottobre molti ragazzi si divertivano ad accendere lumi nelle zucche  e le collocavano sui balconi.
La zucca  illuminata, era la maschera di un rituale funebre molto contadino, legato appunto alla produzione stagionale di questo ortaggio che, secondo la nostra tradizione, rinsaldava il vincolo tra vivi e morti.

Lombardi Satriani, affermava che: “Nel giorno dei morti i bambini andavano per le case, portando una zucca svuotata e lavorata a mò di teschio, nel cui interno era accesa una candela. Con questa maschera mortuaria chiedevano: ndi dati i beneditti morti? Ricevendone in cambio cibi e più raramente soldi”.

I bambini erano i veri protagonisti di questa festa, proprio perché bisognava educare  i ragazzi sin dall’infanzia ad avere un approccio positivo con la morte.

Si sugella, attraverso lo scambio simbolico dei doni, la ritrovata unità tra vivi e morti:
coesione minacciata dalla separazione e allontanamento del morto come cadavere.

In altri comuni calabresi,  nel  giorno d’Ognissanti,  i bambini poveri giravano  per il paese facendo la questua in nome dei morti, ricevendo fichi secchi, mandorle e noci.

Questa tradizione venne importata in America con l'emigrazione degli anni '90 e divenne la festa dei morti più famosa al mondo.











Differentemente di come veniva festeggiata in Italia, in America, Halloween assumeva spesso il carattere di un “carnevale” notturno slegato completamente dai riti religiosi. Spesso la pratica del “Dolcetto o scherzetto?” non richiamava simpatie dal punto di vista educativo: chiedere dolciumi "minacciando" scherzetti  lasciava perplessi molti genitori.

Mentre per i calabresi, la festa di Ognissanti si collegava al ricordo e alla commemorazione dei defunti, ricambiato col dolcetto, per gli americani è diventata un grosso business, una festa commerciale, fatta di maschere, streghe, vendita di vestiti lugubri.


Curiosità

A Zaccanopoli, secondo alcune testimonianze attestate da Lombardi Satriani, l'ultimo giorno di ottobre si riempivano di acqua le bottiglie, fino all'orlo, perchè si riteneva che la notte passassero i morti, bagnandovi le dita, o secondo altre fonti il dito mignolo. Secondo altre versioni, si riempivano i bicchieri per far bere i morti.

In Lucania, invece, Ernesto De martino racconta che la notte del 2 novembre, si preparava del cibo sul davanzale della finestra, in modo che, al passare dei morti alla mezzanotte, potessero cibarsi.

Anche in Aspromonte, nel mese di novembre, la sera si lasciava la tavola apparecchiata e tutti gli oggetti sparsi per la casa, perchè si credeva di un ritorno temporaneo dei defunti.

Ad Orsara di Puglia, un piccolo paese montano della provincia di Foggia, la notte tra l'1 ed il 2 di novembre si celebra l'antichissima notte del "fucacost" (fuoco fianco a fianco): davanti ad ogni casa vengono accesi dei falò (in origine di rami secchi di ginestra) che dovrebbero servire ad illuminare la strada di casa ai defunti (in genere alle anime del purgatorio) che in quella notte tornano a trovarci. Sulla brace di questi falò, poi, viene cucinata della carne che viene mangiata in strada e offerta a i passanti. Un tempo, nelle vie di pietra del borgo orsarese, davanti ad ogni uscio di casa, si usava porre dell'olio in una bacinella piena d'acqua sormontata da un treppiede con una lampada: alla fioca luce della candela, si poteva assistere, secondo la credenza, alla sfilata delle anime del purgatorio. Nella giornata dell'1, nella piazza principale, si svolge, inoltre, la tradizionale gara delle zucche decorate (definite le "cocce priatorje" - le teste del purgatorio).




Foto:  A Jack o' Lantern made for the Holywell Manor Halloween celebrations in 2003. Photograph by Toby Ord on 31 Oct 2003.


Fonti:  R. LOMBARDI SATRIANI, Credenze popolari calabresi.

Comune di Orsara di Puglia (FG).







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mercoledì 24 ottobre 2012



A  CAVALLO DEL SANTO


San Demetrio Corone (Shën Mitri in lingua arbëreshë) affacciata sul versante destro della bassa valle del Crati, è tra i centri più importanti delle comunità arbëreshë della provincia di Cosenza, che conserva la lingua, i costumi, il rito greco-bizantino, la cultura e l'identità etnica propria.

I sandemetresi festeggiano, come previsto dal calendario liturgico bizantino, il loro patrono San Demetrio Megalomartire, il 26 ottobre.

Nei giorni precedenti la festa, si rinnovano remote tradizioni radicate nel cuore della gente e vissute ogni anno con grande partecipazione.

Il primo ottobre, all'alba, alcuni colpi annunciano l'inizio del mese dedicato al Santo protettore.

I festeggiamenti religiosi iniziano ufficialmente il 17 ottobre con il novenario pomeridiano, per poi concludersi l’ultimo giorno con la Santa Messa e, a seguire, la suggestiva processione, con la statua del Santo trasportata lungo le principali vie del paese dove vengono allestiti banchetti con dolciumi e bibite. Dai balconi, per l’occasione, vengono esposte le preziose palaca, le coperte lavorate a mano in onore di San Demetrio.

Lo stendardo Santallti, che precede la processione lungo i nuovi rioni e le suggestive viuzze del centro storico, sarà messo all’asta secondo l’usanza e, agli aggiudicatari, andranno le offerte in denaro e gli animali domestici donati allo stendardo durante l'anno.

Il cammino del santo viene accompagnato dalle note del “Kenga e Shën Mitrit”, l’antico inno a S. Demetrio cantato in albanese dai fedeli durante le funzioni.

Un’ usanza interrotta nel lontano 1969 è il lancio del grande pallone votivo multicolore, “Paluni i Shën Mitrit", ripresa in questi anni dal Museo Etnografico e dalla Pro Loco locale.





Il giorno della vigilia, dal portone principale della chiesa, esce il “cavallo di S. Demetrio”, costruito con stecche di canna ricoperte di variopinta carta velina. Portato a spalla in giro per il paese, il "Kali i Shën Mitrit", è foriero di messaggi augurali e raccoglie le varie offerte della popolazione.





Il culto di S. Demetrio, è ampiamente diffuso in Grecia, Ungheria, Bulgaria e Russia, nonché nelle regioni dell’Italia meridionale: Piana degli Albanesi (PA); Mosorrofa ( frazione di Reggio Calabria); Sassoferrato (AN); Morigerati e Matonti (SA); S. Lorenzo in Campo (PS); Oschiri (SS); Napoli; Tropea; Grupa (frazione di Aprigliano). Alcuni paesi portano anche il suo nome: oltre a questo centro, che nel 1863 ha assunto la specificazione di Corone, è da citare S. Demetrio né Vestini (AQ).

Alcuni dubbi sull’identità del Santo, vissuto nel III secolo, non sono stati ancora del tutto delucidati.
Secondo gli antichi martirologi Demetrio era un diacono, altri documenti testimoniano invece la sua elevazione a proconsole della Grecia, ciò giustificherebbe le sue vesti di soldato nelle immagini e icone a Lui dedicate, e dove molto spesso è in groppa ad un cavallo.


              
Foto 1:    http://www.arbitalia.it/speciali/San_Demetrio_2003/index.htm

Foto 2:    http://www.arbitalia.it/speciali/san_demetrio_2004/index.htm 


Fonti:   http://www.arbitalia.it



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lunedì 1 ottobre 2012


San Michele Arcangelo a San Nicola dell’Alto (Kr)


La festa di San Michele Arcangelo a San Nicola dell’Alto (Kr), si svolge ogni prima domenica di maggio, eccetto quando in questa data ricorre la festa del primo maggio (festa dei lavoratori), che fa rinviare i festeggiamenti alla seconda domenica del mese.
La festa è preceduta da un periodo di novena che viene celebrata nella chiesa di San Michele ubicata sull’omonimo monte posto nella parte sudorientale del paese. Un'antica tradizione, tuttora viva, vuole che i fedeli che hanno ricevuto una grazia si rechino alla messa di novena risalendo il monte a piedi scalzi.

I festeggiamenti iniziano con il giro per le vie del paese della banda musicale e degli zampognari, a cui segue la messa sul monte. Alla messa segue il pellegrinaggio di discesa, durante il quale l’effige del Santo, portata a spalle dai fedeli, viene portata giù in paese. Alla fine della processione la statua viene riposta nella chiesa madre, dalla quale uscirà la mattina successiva per la processione nella restante parte del paese.
La sera del lunedì la festa si conclude con il pellegrinaggio di salita che si tiene dopo il tramonto. Il Santo sempre trasportato a spalle dai fedeli e accompagnato da una suggestiva fiaccolata viene ricondotto sul monte dove verrà riposto in attesa dell’anno successivo.
Nel corso delle processioni  la gente mette ai balconi le coperte più belle (in genere ricamate) e, in segno di grazia ricevuta, offre al santo il tipico “mostacciuolo” la cui forma riproduce spesso l’oggetto della grazia.





Da qualche anno, anche il 29 settembre, giorno in cui ricorre la festa dei tre arcangeli, si svolge una piccola processione in cima al monte. Recentemente il nuovo parroco ha voluto inserire nella cerimonia un nuovo segno, ossia la consegna al Santo ai piedi del monte (dove inizia l’abitato) della chiave del paese da parte del sindaco.

Anticamente, per la festa,
le attività lavorative erano sospese e la piazza si riempiva lentamente di contadini, minatori ed artigiani con l’abito della festa, la camicia bianca ed il cappello in testa. La gente saliva sul monte dove veniva celebrata la messa e, subito dopo, la statua, adornata di catenelle d’oro, di numerosi altri ex-voto e di nastri, veniva preparata per il trasporto in processione. Alcuni zampognari, con i loro strumenti, annunziavano l’approssimarsi della processione. La processione percorreva sistematicamente ogni via del paese, perché ogni famiglia per dare la sua offerta esigeva che il Santo passasse davanti alla propria casa. C’era poi chi aveva fatto un voto particolare e chiedeva che la statua sostasse su un altarino, predisposto davanti alla porta di casa. Qui la banda suonava un’allegra nenia, il parroco recitava una preghiera e la processione riprendeva il suo cammino. Attorno alle due pomeridiane la processione giungeva nella chiesa madre, in paese, e terminava così la prima fase che veniva ripresa il giorno seguente in modo da completare il giro di tutte le vie del borgo. La gente tornava a casa a pranzare con i parenti venuti dai paesi vicini e spesso a tavola c’era anche un musicante o uno zampognaro.
Era  consuetudine, durante la festa patronale in onore a S.Michele Arcangelo, divertirsi con una serie di giochi: il gioco delle pignatte, il gioco del gallo, l’albero della cuccagna e ballare la danza della "scioca" che assumeva forme diverse secondo le circostanze liete o infauste. 

Gli anni seguenti alcune usanze cambiarono….era l’alba di una nuova generazione.










Foto e info:

Gruppo fb "San Michele Arcangelo a San Nicola dell'Alto"

http://web.tiscali.it/pulsar2/




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domenica 26 agosto 2012


Riflessioni... d'estate











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lunedì 6 agosto 2012


Rosso Cetraro: La ricercatrice e studiosa Valentina De Lorenzo e il maestro Pietro De Seta omaggiano Leonardo Iozzi




    http://rossocetraro.blogspot.it




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giovedì 26 luglio 2012



NINNA NANNE A CONFRONTO



ANTICA CANTILENA DI LUZZI (CS)


Ninna, beni miu, la ninna
Lu beni è ranni e tu sì piccinninnu
Ninna, beni miu, la nanna
Lu beni lu beni di la mamma è ranni ranni.
Vienici suannnu, vieni e nun tardari
Vienici suannu, e nun viniri a pedi
Vieni a cavallo o cumu a tia cummeni

Vienici suannu e nun viniri stancu
Vieni a cavallo i nu
cavallu bianco
Vienici suannu tri voti lu juarnu
La sira, la matina e a minzijuarnu.
Guarda lu suannu cum’è ‘ngannaturu
Và ‘ngannannu tutti li criaturi
Guarda lu suannu cum’è statu ‘ngratu
Li figli di la mamma s’ha pigliatu
Guarda lu suannu cum’è tradituru
M’ha dittu ca vinìa e ……
Lu suannu, beni miu, c’era vinutu
ha truvatu li porti chiusi e sinn’è iutu
Lu suannu, beni miu, c’era turnatu
Ha truvatu li porti chiusi e s’è vutatu
Lu suannu, beni miu, c’è arrivatu
Ha truvatu li porti aperti e s’è firmatu.
Vienici suannu ca mò ti lu dugnu
La sira la matina e a minzijuarnu
Figliu mia bieddru ti luci ru visu
Cumu li santi di lu Paravisu
Figliu mia bieddru t’addura ru iatu
Cumu li santi di la ‘Mmaculata
Figliu mia bieddru ti luci ru distinu,
cumu lu suli chi luci ra matina
Figliu mia bieddru e figliu mia pulitu


Figliu mia bieddru e figliu mia galanti 
di Napoli ti viegnu ri brillanti,
trabacchi d'oro e curtina di sita.
Madonna mia ca grazi duni e manni
Manna a si figli nu futuru ranni
Madonna mia, Tu chi mi l'ha dati
Tu mi l'ei fa sta buani e mai malati.



Traduzione

o    Ninna nanna, bene mio
o     il bene è grande e tu sei piccolo
o     ninna nanna, bene mio
o     il bene della mamma è grande grande.
o    Vieni sonno, vieni e non tardare
o    Viene sonno e non venire a piedi
o    Vieni a cavallo o come ti conviene
o     Vieni sonno e non venire stanco
o    Vieni a cavallo di un cavallo bianco
o    Vieni sonno, tre volte al giorno
o     Di sera, di mattina e a mezzo giorno
o    Vedi il sonno come è ingannatore
o     Va in giro ad ingannare tutte le creature
o    Guarda il sonno come è stato ingrato
o    I figli di mamma si è preso
o    Guarda il sonno com’è traditore
o     Ha detto che sarebbe venuto e…
o    Il sonno, bene mio, era venuto
o     Ha trovato le porte chiuse e se n’è andato
o    Il sonno, bene mio, era tornato
o     Ha trovato le porte chiuse e si è voltato
o     Il sonno, bene mio, è arrivato
o     Ha trovato le porte aperte e si è fermato.
o    Vieni qui sonno, che ora te lo do (il bambino)
o     La sera, la mattina e a mezzogiorno
o     Figlio mio bello, il tuo viso riluce
o    Come quello dei santi del Paradiso
o     Figlio mio bello, il tuo respiro è profumato
o    Come i santi dell’Immacolata (adornati durante le funzioni)
o     Figlio mio bello, sia luminoso il tuo destino
o     Come il sole che illumina la mattina
o    Figlio mio bello, figlio mio pulito
o    Da Napoli arrivano i tuoi vestiti (ossia vestiti particolarmente rari e pregiati)
o     Figlio mio bello e figlio mio fine/gentile
o    Da  Napoli ti arrivano i brillanti (per te) talami d’oro e cortine di seta (in quanto si riferisce ai letti a baldacchino).
o    Madonna mia, tu che fai e distribuisci grazie
o    Manda a questi miei figli un destino radioso Madonna mia, tu che me li hai dati
o     Fai stare questi miei figli bene e mai ammalati.

Comparando le tre antiche cantilene pubblicate sul nostro blog, abbiamo riscontrato diverse analogie tra la ninna nanna acquappesana e quella luzzese.

Alcuni versi sono straordinariamente simili:

Vienici suannu, e nun viniri a pedi
Vieni a cavallo o cumu a tia cummeni      
(Luzzi)
Viènicci, suonnu, e no venidi a pedi;
vieni a cavallu, o cumi ti cummena.     (Acquappesa)

Vienici suannu tri voti lu juarnu                 (Luzzi)
La sira, la matina e a minzijuarnu

Viènicci, suonnu  tri voti lu juornu:        (Acquappesa)
la sira, la matina e a mienzujuornu! 



Il paradosso nella figura attribuita al sonno, è sottolineato da alcuni aggettivi che però non chiariscono bene il suo ruolo all'interno della canzoncina. Esso viene invocato  a gran voce dalla madre, ma in certi momenti viene definito anche “tradituru”, ‘ngratu, per i luzzesi; ‘ngannaturu ‘ngannagenti per gli acquappesani.

Probabilmente i termini spregiativi rimandano al paragone tra nenia e ninna nanna, già accennati nell’analisi tra la cantilena cetrarese e quella acquappesana, quindi potrebbero essere versi puramente scaramantici:


Viènicci, suonnu, e no venidi sulu: 
viènicci ‘ncumpagnia di lu signori!

Duormi,  bellizza mia,  ccu la Madonna!       (Acquappesa)

Vienici suannu e nun viniri a pedi
Vienici suannu e nun viniri stancu
Vieni a cavallo i nu cavallu bianco                    
(Luzzi)




Vengono invocati santi o figure mitologiche benigne per accompagnare il sonno dal bambino. Il sonno non può venire solo, perché potrebbe essere influenzato da influssi negativi: Ved. (credenze sullo sbadiglio)  nel post sulla ninna nanna cetrarese.


Oppure il sonno viene definito “ingannatore” perché sembra arrivare ma poi torna indietro:


Lu suannu, beni miu, c’era vinutu
ha truvatu li porti chiusi e sinn’è iutu
Lu suannu, beni miu, c’era turnatu
Ha truvatu li porti chiusi e s’è vutatu
Lu suannu, beni miu, c’è arrivatu
Ha truvatu li porti aperti e s’è firmatu.
Lu suonnu s’è partutu da stanotte: 
s’è currivatu e sta ‘nnanti la porta;
lu suonnu s’è partutu da stasira: 
s’è currivatu e sta ‘mmienzu la vija;


La religiosità popolare viene notata maggiormente nella ninna nanna luzzese.
La  luminosità del viso e il profumo del bambino sono paragonati ai santi del Paradiso e dell’Immacolata. Tale confronto non avviene nella cantilena acquappesana.

Figliu mia bieddru ti luci ru visu
Cumu li santi di lu Paravisu

Figliu mia bieddru t’addura ru iatu                       
Cumu li santi di la ‘Mmaculata




Figliu mia bieddru e figliu mia pulitu
di Napuli ti viegnu ri vistiti

Figliu mia bieddru e figliu mia galanti                                  
di Napuli ti viegnu ri brillanti,
trabacchi d’oro e curtina di sita.

Il legame tra Luzzi e Napoli avviene con il Casato dei Firrao.
I suoi discendenti contraendo matrimoni con esponenti di grandi famiglie della nobiltà cosentina e meridionale in genere, acquisivano via via diversi feudi diventando tra i casati più potenti delle nobili famiglie della Calabria e indicati come “de Cusentia”; tanto da essere ricevuti nell'Ordine di Malta dal 1565.
Antonino, portolano maggiore della città di Napoli, fu barone di S. Agata, Mattafellone, Luzzi e Noce e Cesare Firrao nel 1620 fu insignito del titolo di principe di Luzzi e trasferì la famiglia a Napoli.
All’epoca Napoli abbondava in oro, ricchezze e tessuti pregiati.
Questo forte legame veniva riportato nelle cantilene popolari, tant’è che si “prometteva” quasi come un auspicio, un corredo di ricchezze che avrebbero reso sereno e felice il futuro della bambina.

di Napuli ti viegnu ri brillanti,                (Luzzi)
trabacchi d’oro e curtina di sita   

Solo ad Acquappesa  la preziosità dell’oro viene paragonata alla creatura:



facciuzza d’oro e                                 (Acquappesa)
vuccuzza ad aniellu                                 




Invocazione finale e diretta alla Madonna nella ninna nanna di Luzzi:
Madonna mia ca grazi duni e manni
Manna a si figli nu futuru ranni
Madonna mia, Tu chi mi l’ha dati
Tu mi l’ei fa sta buani e mai malati

Nella cantilena di Acquappesa  notiamo, invece, un rapporto diverso e  implicito con la Vergine:  è  il sonno che svolge il ruolo di “mediatore”  tra il mondo dei sogni  e la realtà e, il contatto onirico con la Madonna, è solo un desiderio  espresso dalla madre.

Duormi,  bellizza mia,  ccu la Madonna!

A seguito di una breve intervista con la nostra lettrice, Annalisa Giglio, giovane luzzese che ci ha proposto questa bella ninna nanna, abbiamo potuto constatare che anche questa cantilena risale ai tempi della Grande Guerra e che oggi quasi nessuno la ricorda.  Rimane, però, prezioso oggetto di studio e patrimonio culturale per  gli studiosi della tradizione.




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