martedì 24 gennaio 2012


U PONTI  'I SAN JACUPU

L’immagine della morte nella cultura folklorica, si delinea come itinerario, viaggio mitico che il defunto deve compiere per entrare nel regno dei morti.
Già durante l’agonia, è cura dei parenti effettuare operazioni magico – rituali volte a rendere meno tormentato il passaggio dalla vita alla morte del moribondo e, ad evitare che l’anima resti impigliata nel corpo.   In molte zone della Calabria, si toglie dal collo qualsiasi collana o altro oggetto che possa impedire l’uscita dell’anima dal corpo, questo perché è credenza diffusa che essa sia collocata nella bocca dello stomaco, detta perciò: vucca di l’arma, fuccedda di l’arma. L’anima, difatti, viene intesa nella visione folk lorica come qualcosa di essenzialmente fisico  che si muove;  essa non deve incontrare ostacoli, può ferirsi, raggiungere altri spazi e utilizzare nell’aldilà oggetti del mondo terreno.
Togliere i gioielli ha anche un’altra funzione mitica: secondo la tradizione siciliana l’anima deve percorrere un viaggio lungo la via lattea (Violu di San Iabbicu) e camminare nuda e coi piedi scalzi sul taglio di alcune spade poste lungo il cammino.    In realtà, si tratterebbe di una scala piena di pugnali, chiodi e lame che rendono difficoltoso il tragitto del defunto.  A guidare la povera anima è San Giacomo, che  appare quando l’uomo  caduto in agonia e persi tutti i sentimenti, sembra vivo agli occhi di chi lo circonda ma  in realtà è già morto, perché l’anima sta compiendo già il suo viaggio.  Per questo, nei momenti del trapasso, i familiari si preoccupano di aprire porte e finestre per consentire all’anima di andare via.
In altre zone meridionali, il defunto deve attraversare  il “pozzo di San Giacomo”: l’anima deve passare sopra una cordicella finissima posta diametralmente tra i due orli, se è gravata di colpe sprofonderà nell’abisso (Tartaro), altrimenti godrà della felicità eterna (I campi Elisi).
La maggior parte delle credenze popolari, però, parlano di un ponte, il “Ponte di San Giacomo”, che è sottile come un filo di capello. Tutte le anime devono recarsi al varco del ponte. Esso è posto sopra un baratro e collega direttamente il centro della Terra con la sfera celeste.
E’ necessario che il morto rimani almeno una notte e un giorno in casa perché la sua anima passi il ponte di San Giacomo.  Il passaggio avviene a mezzanotte e viene segnalato da uno scricchiolio proveniente dalla camera dove  giace il cadavere.  Se il morto viene “espulso” dall’ambito  familiare – domestico prima del  lasso di tempo prescritto dalle imposizioni della cultura folklorica subalterna,  l’anima, per penitenza, dovrà attendere 40 giorni per poter intraprendere il viaggio. Non è detto che tutti riescano ad oltrepassare il ponte; se l’anima ha pochi peccati, allora riuscirà tranquillamente a percorrerlo, nel caso contrario, dovrà trasportare il “peso” dei propri misfatti e, stanca ed impacciata, troverà molte difficoltà ad attraversarlo.
L’anima eletta spirerà fragranze, mentre le anime colpevoli emaneranno un vento maleodorante.

.....Curiosità
Secondo mitologie diffuse,  il ponte indicato è quello di San Giacomo di Compostela, forse in memoria dei vari pellegrinaggi che la gente compiva verso il santuario spagnolo.
Il simbolismo del Ponte pericoloso e della Porta stretta è sempre stato presente nelle tradizioni funerarie, e lo ritroviamo mitizzato anche  nelle culture più lontane, tipo quelle slave e russe che trasferiscono questo emblema anche sul cibo:  attestazioni di testi russi riportano che nell’antichità venivano offerti ai morti dei biscotti a forma di ponte; il ponte, però, indicava una visione infera del mondo dei morti, così oggi la tradizione continua preparando biscotti a forma di scala, con l’auspicio che l’anima possa salire in cielo senza  difficoltà.


RIFERIMENTI:
LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI, MARIANO MELIGRANA, Il ponte di San Giacomo, SELLERIO EDITORE PALERMO,1989,  p. 161-175

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sabato 14 gennaio 2012


La Farchinoria: aspetto folklorico dell'eros popolare calabrese

Il testo di De Giacomo, La farchinoria,  fu scritto nel 1914 per la rivista «Anthropophyteia » fondata da Krauss nel 1904, una raccolta volta a rintracciare la storia evolutiva del genere sessuale. Tuttavia, il saggio non venne mai pubblicato  in quanto la rivista nel frattempo aveva cessato le pubblicazioni in seguito ad un processo subìto alla vigilia della Guerra mondiale. Una copia del manoscritto rimase sepolta nella casa di De Giacomo per quasi sessant’anni e fu edita soltanto molti anni dopo, esattamente nel 1972, dal prof. Raffaele Sirri sotto esplicita richiesta del figlio Paride che fu il primo, assieme al fratello Lamberto, a comprendere l’originalità dell’opera.

Il nome di Farchinoria designa nel testo una pratica sessuale non rara tra pastori e in società primitive. La sua derivazione potrebbe orientarsi sul latino farcino (farcio), nel senso di riempire o saziare, con ovvio riferimento al significato erotico.  Le farchinorie erano delle farse, rappresentazioni teatrali, orge promiscue di uomini e animali, ma anche il momento in cui una comunità di pastori poveri,  “veri mandrilli con l’hasta viri nelle mani”, riversava tutte le sue frustrazioni nell’impeto brutale dello stupro degli animali, i canti sessualmente esaltati e i gesti osceni. La farchinoria, anche se consisteva in un divertimento drammatizzato, per i pastori era addirittura un gioco (nu juocu) che avveniva secondo un calendario rituale ben preciso: dall’Epifania fino a metà Quaresima.

“Fino a quarant’anni addietro, noi, pastorelli allora, eravamo rallegrati (éramu preiati) dal gioco di  «ra farchinoria»” 1.

Il rito si svolgeva in un pagliaio, dove si radunavano i pastori che pascolavano i greggi sul monte. Si mangiava la migliore pecora del gregge e si beveva vino fino all'ultima goccia. Quando i pastori erano pieni e sbronzi, si faceva entrare nel pagliaio un montone e lì iniziava la pratica.

Per analizzare bene il rituale occorre domandarsi in quale considerazione è tenuto l’ambito pastorale nella società in cui si celebra tale rito.
I protagonisti delle Farchinorie erano pastori poveri che vivevano in solitudine  e privati delle loro femmine, dei rapporti e delle relazioni sociali, facevano del loro desiderio un vizio; una “malattia”, dove la  «fame» di donne e  la «sete» sessuale si scatenano, si sfogano sulle povere e ignare pecore, perché compagne più prossime della loro esistenza.2

De Giacomo, in realtà, dava una descrizione più realistica di questo rituale, mettendo in luce i diversi meccanismi della cultura subalterna, rispetto ciò che, invece, molti altri autori  evidenziavano in maniera più "edulcorata", ovvero il sentimento di un uomo verso un animale che va "oltre" i limiti affettivi consentiti.

Balzac, Maupassant, D'annunzio offrono difatti  un vasto repertorio di questa patologia del comportamento,  facendone  una vera e propria  Letteratura zoofila.

De Giacomo racconta con  straordinaria accuratezza la visione di questo rituale a cui aveva assistito in una fredda sera del 6 gennaio 1891 sul Monte Cocuzzo.  Per quanto la veridicità dell’opera sia stata messa spesso in discussione, rimane indubbio il fatto che abbia dato comunque un risvolto interessante e particolare alla ricerca folklorica dell’erotismo.







Riferimenti:

 1.   DE GIACOMO, G., La farchinoria, Eros e magia in Calabria, a cura di R. Sirri, De Simone, Napoli, 1972,  p.21
 2.  SMORTO, P.,  "La farchinoria",  Articolo pubblicato su Tropeamagazine.it  1.

DE LORENZO, V.,   Riflessioni sull’eros popolare in Calabria,  Tesi di Laurea ,  A.A. 2008-2009


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