mercoledì 31 ottobre 2012



....ndi dati i beneditti morti?



Comune di circa 6.000 abitanti in provincia di Vibo Valentia,  Nicotera sorge a circa 210 metri di altezza sopra il Mar Tirreno.  Le affascinanti caratteristiche di questo territorio fanno da cornice ad una delle più belle, artistiche e suggestive città della Calabria ricca di storia e di arte.

Oltre ad essere un centro turistico di notevole importanza, la storia di Nicotera è impregnata di tradizioni popolari che fanno della cittadina l’epicentro di una famosa credenza ormai sbarcata oltreoceano.
A fine Ottocento, la notte del 31 ottobre molti ragazzi si divertivano ad accendere lumi nelle zucche  e le collocavano sui balconi.
La zucca  illuminata, era la maschera di un rituale funebre molto contadino, legato appunto alla produzione stagionale di questo ortaggio che, secondo la nostra tradizione, rinsaldava il vincolo tra vivi e morti.

Lombardi Satriani, affermava che: “Nel giorno dei morti i bambini andavano per le case, portando una zucca svuotata e lavorata a mò di teschio, nel cui interno era accesa una candela. Con questa maschera mortuaria chiedevano: ndi dati i beneditti morti? Ricevendone in cambio cibi e più raramente soldi”.

I bambini erano i veri protagonisti di questa festa, proprio perché bisognava educare  i ragazzi sin dall’infanzia ad avere un approccio positivo con la morte.

Si sugella, attraverso lo scambio simbolico dei doni, la ritrovata unità tra vivi e morti:
coesione minacciata dalla separazione e allontanamento del morto come cadavere.

In altri comuni calabresi,  nel  giorno d’Ognissanti,  i bambini poveri giravano  per il paese facendo la questua in nome dei morti, ricevendo fichi secchi, mandorle e noci.

Questa tradizione venne importata in America con l'emigrazione degli anni '90 e divenne la festa dei morti più famosa al mondo.











Differentemente di come veniva festeggiata in Italia, in America, Halloween assumeva spesso il carattere di un “carnevale” notturno slegato completamente dai riti religiosi. Spesso la pratica del “Dolcetto o scherzetto?” non richiamava simpatie dal punto di vista educativo: chiedere dolciumi "minacciando" scherzetti  lasciava perplessi molti genitori.

Mentre per i calabresi, la festa di Ognissanti si collegava al ricordo e alla commemorazione dei defunti, ricambiato col dolcetto, per gli americani è diventata un grosso business, una festa commerciale, fatta di maschere, streghe, vendita di vestiti lugubri.


Curiosità

A Zaccanopoli, secondo alcune testimonianze attestate da Lombardi Satriani, l'ultimo giorno di ottobre si riempivano di acqua le bottiglie, fino all'orlo, perchè si riteneva che la notte passassero i morti, bagnandovi le dita, o secondo altre fonti il dito mignolo. Secondo altre versioni, si riempivano i bicchieri per far bere i morti.

In Lucania, invece, Ernesto De martino racconta che la notte del 2 novembre, si preparava del cibo sul davanzale della finestra, in modo che, al passare dei morti alla mezzanotte, potessero cibarsi.

Anche in Aspromonte, nel mese di novembre, la sera si lasciava la tavola apparecchiata e tutti gli oggetti sparsi per la casa, perchè si credeva di un ritorno temporaneo dei defunti.

Ad Orsara di Puglia, un piccolo paese montano della provincia di Foggia, la notte tra l'1 ed il 2 di novembre si celebra l'antichissima notte del "fucacost" (fuoco fianco a fianco): davanti ad ogni casa vengono accesi dei falò (in origine di rami secchi di ginestra) che dovrebbero servire ad illuminare la strada di casa ai defunti (in genere alle anime del purgatorio) che in quella notte tornano a trovarci. Sulla brace di questi falò, poi, viene cucinata della carne che viene mangiata in strada e offerta a i passanti. Un tempo, nelle vie di pietra del borgo orsarese, davanti ad ogni uscio di casa, si usava porre dell'olio in una bacinella piena d'acqua sormontata da un treppiede con una lampada: alla fioca luce della candela, si poteva assistere, secondo la credenza, alla sfilata delle anime del purgatorio. Nella giornata dell'1, nella piazza principale, si svolge, inoltre, la tradizionale gara delle zucche decorate (definite le "cocce priatorje" - le teste del purgatorio).




Foto:  A Jack o' Lantern made for the Holywell Manor Halloween celebrations in 2003. Photograph by Toby Ord on 31 Oct 2003.


Fonti:  R. LOMBARDI SATRIANI, Credenze popolari calabresi.

Comune di Orsara di Puglia (FG).







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mercoledì 24 ottobre 2012



A  CAVALLO DEL SANTO


San Demetrio Corone (Shën Mitri in lingua arbëreshë) affacciata sul versante destro della bassa valle del Crati, è tra i centri più importanti delle comunità arbëreshë della provincia di Cosenza, che conserva la lingua, i costumi, il rito greco-bizantino, la cultura e l'identità etnica propria.

I sandemetresi festeggiano, come previsto dal calendario liturgico bizantino, il loro patrono San Demetrio Megalomartire, il 26 ottobre.

Nei giorni precedenti la festa, si rinnovano remote tradizioni radicate nel cuore della gente e vissute ogni anno con grande partecipazione.

Il primo ottobre, all'alba, alcuni colpi annunciano l'inizio del mese dedicato al Santo protettore.

I festeggiamenti religiosi iniziano ufficialmente il 17 ottobre con il novenario pomeridiano, per poi concludersi l’ultimo giorno con la Santa Messa e, a seguire, la suggestiva processione, con la statua del Santo trasportata lungo le principali vie del paese dove vengono allestiti banchetti con dolciumi e bibite. Dai balconi, per l’occasione, vengono esposte le preziose palaca, le coperte lavorate a mano in onore di San Demetrio.

Lo stendardo Santallti, che precede la processione lungo i nuovi rioni e le suggestive viuzze del centro storico, sarà messo all’asta secondo l’usanza e, agli aggiudicatari, andranno le offerte in denaro e gli animali domestici donati allo stendardo durante l'anno.

Il cammino del santo viene accompagnato dalle note del “Kenga e Shën Mitrit”, l’antico inno a S. Demetrio cantato in albanese dai fedeli durante le funzioni.

Un’ usanza interrotta nel lontano 1969 è il lancio del grande pallone votivo multicolore, “Paluni i Shën Mitrit", ripresa in questi anni dal Museo Etnografico e dalla Pro Loco locale.





Il giorno della vigilia, dal portone principale della chiesa, esce il “cavallo di S. Demetrio”, costruito con stecche di canna ricoperte di variopinta carta velina. Portato a spalla in giro per il paese, il "Kali i Shën Mitrit", è foriero di messaggi augurali e raccoglie le varie offerte della popolazione.





Il culto di S. Demetrio, è ampiamente diffuso in Grecia, Ungheria, Bulgaria e Russia, nonché nelle regioni dell’Italia meridionale: Piana degli Albanesi (PA); Mosorrofa ( frazione di Reggio Calabria); Sassoferrato (AN); Morigerati e Matonti (SA); S. Lorenzo in Campo (PS); Oschiri (SS); Napoli; Tropea; Grupa (frazione di Aprigliano). Alcuni paesi portano anche il suo nome: oltre a questo centro, che nel 1863 ha assunto la specificazione di Corone, è da citare S. Demetrio né Vestini (AQ).

Alcuni dubbi sull’identità del Santo, vissuto nel III secolo, non sono stati ancora del tutto delucidati.
Secondo gli antichi martirologi Demetrio era un diacono, altri documenti testimoniano invece la sua elevazione a proconsole della Grecia, ciò giustificherebbe le sue vesti di soldato nelle immagini e icone a Lui dedicate, e dove molto spesso è in groppa ad un cavallo.


              
Foto 1:    http://www.arbitalia.it/speciali/San_Demetrio_2003/index.htm

Foto 2:    http://www.arbitalia.it/speciali/san_demetrio_2004/index.htm 


Fonti:   http://www.arbitalia.it



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lunedì 1 ottobre 2012


San Michele Arcangelo a San Nicola dell’Alto (Kr)


La festa di San Michele Arcangelo a San Nicola dell’Alto (Kr), si svolge ogni prima domenica di maggio, eccetto quando in questa data ricorre la festa del primo maggio (festa dei lavoratori), che fa rinviare i festeggiamenti alla seconda domenica del mese.
La festa è preceduta da un periodo di novena che viene celebrata nella chiesa di San Michele ubicata sull’omonimo monte posto nella parte sudorientale del paese. Un'antica tradizione, tuttora viva, vuole che i fedeli che hanno ricevuto una grazia si rechino alla messa di novena risalendo il monte a piedi scalzi.

I festeggiamenti iniziano con il giro per le vie del paese della banda musicale e degli zampognari, a cui segue la messa sul monte. Alla messa segue il pellegrinaggio di discesa, durante il quale l’effige del Santo, portata a spalle dai fedeli, viene portata giù in paese. Alla fine della processione la statua viene riposta nella chiesa madre, dalla quale uscirà la mattina successiva per la processione nella restante parte del paese.
La sera del lunedì la festa si conclude con il pellegrinaggio di salita che si tiene dopo il tramonto. Il Santo sempre trasportato a spalle dai fedeli e accompagnato da una suggestiva fiaccolata viene ricondotto sul monte dove verrà riposto in attesa dell’anno successivo.
Nel corso delle processioni  la gente mette ai balconi le coperte più belle (in genere ricamate) e, in segno di grazia ricevuta, offre al santo il tipico “mostacciuolo” la cui forma riproduce spesso l’oggetto della grazia.





Da qualche anno, anche il 29 settembre, giorno in cui ricorre la festa dei tre arcangeli, si svolge una piccola processione in cima al monte. Recentemente il nuovo parroco ha voluto inserire nella cerimonia un nuovo segno, ossia la consegna al Santo ai piedi del monte (dove inizia l’abitato) della chiave del paese da parte del sindaco.

Anticamente, per la festa,
le attività lavorative erano sospese e la piazza si riempiva lentamente di contadini, minatori ed artigiani con l’abito della festa, la camicia bianca ed il cappello in testa. La gente saliva sul monte dove veniva celebrata la messa e, subito dopo, la statua, adornata di catenelle d’oro, di numerosi altri ex-voto e di nastri, veniva preparata per il trasporto in processione. Alcuni zampognari, con i loro strumenti, annunziavano l’approssimarsi della processione. La processione percorreva sistematicamente ogni via del paese, perché ogni famiglia per dare la sua offerta esigeva che il Santo passasse davanti alla propria casa. C’era poi chi aveva fatto un voto particolare e chiedeva che la statua sostasse su un altarino, predisposto davanti alla porta di casa. Qui la banda suonava un’allegra nenia, il parroco recitava una preghiera e la processione riprendeva il suo cammino. Attorno alle due pomeridiane la processione giungeva nella chiesa madre, in paese, e terminava così la prima fase che veniva ripresa il giorno seguente in modo da completare il giro di tutte le vie del borgo. La gente tornava a casa a pranzare con i parenti venuti dai paesi vicini e spesso a tavola c’era anche un musicante o uno zampognaro.
Era  consuetudine, durante la festa patronale in onore a S.Michele Arcangelo, divertirsi con una serie di giochi: il gioco delle pignatte, il gioco del gallo, l’albero della cuccagna e ballare la danza della "scioca" che assumeva forme diverse secondo le circostanze liete o infauste. 

Gli anni seguenti alcune usanze cambiarono….era l’alba di una nuova generazione.










Foto e info:

Gruppo fb "San Michele Arcangelo a San Nicola dell'Alto"

http://web.tiscali.it/pulsar2/




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