sabato 10 marzo 2012


U MANGIARI 'I SAN GIUSEPPE


 La festa di San Giuseppe che si celebra il 19 Marzo ha origini molto antiche, che risalgono alla tradizione pagana.

Il 19 Marzo è a tutti gli effetti la vigilia dell’equinozio di primavera, quando si svolgevano i baccanali, i riti dionisiaci volti alla propiziazione della fertilità.

Secondo la tradizione, San Giuseppe, oltre ad essere il patrono dei falegnami e degli artigiani, è anche il protettore dei poveri, perché viene tramandato che a Giuseppe e Maria fu negato un riparo per il parto da poveri in fuga. Da ciò l’usanza presente in alcune regioni del Sud di invitare i poveri il 19 Marzo al banchetto di San Giuseppe.

E’ il giorno dei Conviti.

La tradizione vuole che quasi in tutte le famiglie, per precedente voto o per devozione, s’imbandisce un pranzo ai poveri, i quali devono rappresentare simbolicamente  i personaggi della  Sacra famiglia.

A Laureana di Borrello (RC) si invitano 3 poveri: un vecchio, una donna e un bambino, che simboleggiano rispettivamente San Giuseppe, Maria e Cristo. Il pranzo viene servito da  colui o colei che ha fatto il voto e,  i poveri,  siedono alla tavola benedetta da un sacerdote.1

Anche in provincia di Cosenza, a  S. Domenica,  Orsomarso, Sangineto,  Bonifati, Verbicaro  si fa l’invito di S. Giuseppe.  I poveri si  prestano e accorrono dai paesi vicini.
Subito dopo la preghiera, i padroni servono a tavola:  i poveri assaggiano tutto e lasciano, per tradizione, un catollo (pezzo) di pane al padrone.
Piatti di rito sono fagioli con maccheroni, ceci, lenticchie, baccalà in umido e fritto, zeppole, pepi, olive.2

A Bivona (RC),  nella parete frontale delle case, in posizione centrale, viene collocata una immagine o una statua di San Giuseppe; nelle restanti pareti laterali si appendono lenzuola e ricami bianchi.

Sulla tavola non manca mai una brocca contenente acqua e vino con cui i tre “SANTI” si lavano le mani (segno dell’ unione fra gli uomini), ma era abbastanza diffusa anche la tradizione di  preparare un acquario con un’anguilla viva (o un pesce), simbolo del serpente che tentò Adamo ed Eva, o ancora del frumento cresciuto in un contenitore con del cotone come buon auspicio di fertilità dei campi.

Le tavole, decorate con rami di alloro ed agrumi che fungono da cornice, vengono disfatte il giorno seguente a mezzogiorno quando si realizza il “pranzo dei poverelli”.

La mattina del 19 marzo  si celebrano due messe con la distribuzione del pane benedetto, mentre nel pomeriggio si snoda la processione che termina con i tradizionali fuochi d’artificio in piazza San Giovanni.3
Le tavolate di San Giuseppe sono diffuse anche in Sicilia e vengono chiamate mangiari di San Giuseppe: una famiglia decide di fare un voto al santo e, a grazia ricevuta, per la sua festa scioglie la promessa.
Si allestisce in una camera della casa un tavolo enorme, apparecchiato con le tovaglie più belle e sulla parete un quadro di San Giuseppe.
Si cucinano e si espongono sul tavolo tutti i cibi: frittate di carciofi, fave, piselli, cavolfiori, asparagi di montagna, dei grandi pani decorati, pesce e altre verdure cucinate in pastella e fritte, pasta con le sarde, pasta con i broccoli in tegame.

Accanto, il tavolo dei dolci: pignolata, torrone di mandorle, sfinge di san Giuseppe con o senza crema di ricotta.

Il tavolo viene ornato di rami di arancio con zagara, da un lato tutte le primizie: Ciliegie,Pesche,Fragoline.

Si invitano 12 poveri, che in questo caso, rappresentano gli apostoli.

Si apparecchia un altro tavolo con le stoviglie migliori e i padroni di casa servono il pranzo: quello che rimane viene loro distribuito.

I vicini di casa vanno in visita, assaggiano qualche dolce e lasciano un'offerta in denaro o in natura. Anche tutto questo verrà diviso a quei 12 commensali.

Questa usanza è particolarmente viva a Polizzi (PA), dove il banchetto un tempo veniva imbandito dentro la chiesa di San Giovanni Battista.4

Elemento importante legato a questa festa è il pane, che soprattutto nel contesto siciliano viene deposto sugli altari delle chiese e viene lavorato secondo antiche tecniche volte a simboleggiare la barba, il volto, il bastone e le iniziali del Santo.

In Puglia, il pane deve essere di forma circolare e vuoto al centro. Sulla crosta riporta dei simboli che identificano il "Santo" a cui è destinato il pane; le tre sfere simboleggiano Gesù bambino, il rosario la vergine Maria, il bastone San Giuseppe. Il devoto, ad Otranto, alcuni giorni prima della celebrazione individua le persone che dovranno poi ricoprire il ruolo di un Santo. Le Tavole, a seconda del voto espresso, possono essere composte da un minimo di tre fino ad un massimo di tredici Santi; non possono però essere in numero pari.  Alle tre figure sacre si aggiungono, per la tavola da cinque elementi, Sant'Anna e San Gioacchino; a quella da sette Sant'Elisabetta e San Giovanni; a quella da nove San Zaccaria e Santa Maria Maddalena; da undici Santa Caterina e San Tommaso; infine da tredici San Pietro e Sant'Agnese.




Copertino(LE): una delle edizioni delle “Tavolate di San Giuseppe” degli anni '50


Il soggetto che impersona San Giuseppe gestisce i tempi del pranzo: inizia con l'assaggio di una pietanza accompagnata dalla preghiera e, una volta terminato, concede l’assaggio agli altri per  pochi minuti;
difatti quando "San Giuseppe" batte per tre volte la forchetta sul suo piatto, i commensali debbono interrompere il pasto per iniziare con la preghiera.

Quindi un devoto introduce una nuova pietanza ed il ciclo si ripete. Tutto il rito è scandito dalle preghiere e dal rosario; tutti i partecipanti, commensali e presenti sono guidati da una voce narrante.5


In alcuni paesi del reggino, alla mensa viene rappresentata tutta la Sacra Famiglia: San Giuseppe, la Sua diletta sposa, Gesù Bambino, Sant' Anna e San Gioacchino, accompagnati da tredici "verginelle" (virginedi) vestite di bianco.
Fra una vivanda e l'altra, tredici per tradizione, si elevano laudi di ringraziamento al santo, come quello registrato a San Martino di Taurianova (RC) :

San Giuseppi, chi siti lu Patri,
siti virgini comu la Matri;
Maria la rosa, Giuseppi lu gigliu:
dàtindi aiutu, riparu e cunsigliu!

(San Giuseppe, che siete il Padre,/ siete stato puro come la Madre;/ Maria la rosa, Giuseppe il giglio:/ concedeteci aiuto, riparo e consiglio!).

oppure questa preghiera che viene utilizzata anche nella recita del rosario:

San Giuseppi meu, Patri dilettu,
veniti a la me' casa ca V'aspettu:
a la me' casa vògghiu mu veniti,
a li bisogni me' mu succurriti!

(San Giuseppe mio, Padre diletto,/ venite alla mia casa che Vi aspetto:/ desidero che alla mia casa Voi veniate/ e ai bisogni miei Voi soccorriate!).

Davanti all'altare, addobbato accanto al focolare domestico con l'effigie del Santo, ogni sera - per l'intera novena - i familiari e il vicinato pregano e implorano le grazie celesti.

San Giuseppi vecchjarellu,
cu' la nnocca e lu cappellu.
Lu cappellu 'nci volàu,
supra 'na rosa si posàu:
si posau pe' meraviglia,
San Giuseppi cu' so' figliu.

(San Giuseppe vecchierello,/ con il fiocco e col cappello./ Il cappello gli è volato,/ sopra una rosa si è posato:/ si è posato per un prodigio,/ San Giuseppe con suo figlio)6

Nei paesi delle Serre calabresi , la giornata di San Giuseppe vede tutti i più poveri, contemporaneamente, andare in giro e bussare porta a porta a chiedere la vucateza di San Giuseppe.
Ogni famiglia prepara le vucatezi con i ceci, e i poveri, girano in processione per chiederle in elemosina.
I ceci di San Giuseppe si mangiano con le rape o con altre verdure ma alcuni poveri non avevano nemmeno olio per condire, per questo quando giravano per una vucateza chiedevano anche un po’ di olio per condirsi qualcosa.7

Nel mese di Marzo venivano svolti anche i riti di purificazione agraria. Tracce del legame con questo tipo di culti si ritrovano nella tradizione dei falò dei residui del raccolto dell’anno precedente, ancora diffusi in molte regioni.
A  Castrovillari (CS), la vigilia di San Giuseppe, viene festeggiata con le cosiddette focarine, ovvero i tradizionali falò in onore al “santo falegname”, che accompagnano i fedeli al 19 marzo. Anche nel Salento  e in Romagna sono stati registrati falò la sera del 18 marzo.

I fuochi di Marzo (focarine, focaracce) rappresentavano nel mondo contadino un dialogo tra l’uomo e le forze della natura,  che avveniva anche attraverso i riti del fuoco. Nel post sul Carnevale, Riflessioni si è  soffermato  molto  sull’importanza  del fuoco come simbolo di rinascita, ma  per arrivare a ciò l’uomo doveva partecipare anche a  delle sfide simboliche, delle vere e proprie prove di coraggio, che permettevano il controllo del territorio o, comunque,  garantivano  la predominanza  temporanea  sull’altro. Proprio per questo, si aveva molta cura nella preparazione della focarina, in quanto bisognava  spesso fare il salto della fiamma. Nel mondo contadino saltare la fiamma significava simbolicamente porre lo sguardo su di un futuro che spesso si presentava incerto e imprevedibile, proprio perché legato al volere della natura e del clima.
Passare incolume tra le fiamme era un segno di vittoria e di controllo dell’uomo nei confronti del fuoco e della sua potenza. Per il mondo maschile il salto era espressione di virilità, di abilità e coraggio; per le giovani donne rappresentava invece la fertilità e di conseguenza il loro futuro di mogli e madri.8


RIFERIMENTI:

1.  G.B. MARZANO,  Appendice agli usi e costumi di Laureana di Borrello in “La Calabria”, A. IX, n. 3 febbraio 1897.
2.  V. PADULA, Calabria prima e dopo l’unità, Bari, Laterza, 1972, vol.1
3. “La festa di San Giuseppe” – Bivonain.com
4. “Tradizioni popolari”  -  Forumlive.net 
5.  Otrantopoint.com
6.  D. CARUSO,  Riti e devozione in Calabria in onore di San Giuseppe tra presente e passato - "STORICITTA'" - Rivista d'altri tempi - Mensile di Lamezia Terme (CZ)- Anno XI n. 104 - Marzo 2002.
7. V. TETI,  Il pane, la beffa e la festa. Alimentazione e ideologia dell’alimentazione nelle classi subalterne, Rimini - Firenze, Guaraldi, 1976
8. “Fuochi di Marzo” – Metweb.com 





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