giovedì 29 dicembre 2011


Le maschere apotropaiche

Presenti  in molte culture, le maschere apotropaiche avevano per funzione magica l’allontanamento degli spiriti maligni. Nell’Italia meridionale l’abitudine antica di sistemare sull’architrave o sulla chiave di volta dell’arco, una maschera di pietra o di terracotta, si è tramandata per molto tempo e inizialmente faceva parte della civiltà contadina, che per antonomasia era custode di tradizioni uniche e radicate.
Per riuscire ad allontanare la malasorte (αποτρεπειν  - apotrepein in greco antico), le maschere dovevano essere mostruose, in grado di spaventare gli spiriti maligni e tenerli distanti dall’abitazione.
L’iconografia delle maschere è molto varia, di solito sono rappresentazioni antropomorfiche più o meno paurose derivanti dai prototipi magno – greci : Satiri e Gorgoni in pietra o terracotta che ornavano per lo più  le antefisse dei templi greci e romani.
Tuttavia, i modelli più diffusi sono facce demoniache con lingua di fuori e corna vistose pronte a scongiurare l’ingresso di energie negative. Ma altri simboli apotropaici erano costituiti ad esempio dal ferro di cavallo posto a mo’ di corna, teste scarnificate di bovino, oppure scope legate o inchiodate nei pressi di usci o finestre.
Altra usanza abbastanza diffusa era quella di inchiodare gli uccelli, preferibilmente notturni, sugli stipi delle porte, rito anche questo molto antico di origine romana, che ritroviamo anche nella “Metamorfosi” di Apuleio (…) “li prendono e li inchiodano alle porte perché con la loro morte atroce facciano penitenza delle disgrazie che il loro volo infausto reca alle famiglie”.

Le forze ostili trovavano così una barriera, e la casa si fondava come spazio protetto, la cui soglia è interdetta. Qualora una di queste forze negative (streghe, spiriti errabondi) riusciva ad oltrepassare la soglia, incontrava, dunque, "ostacoli" apotropaici quali  fili di scope, nodi intrecciati, coltelli con la lama rivolta in giù, rametti di palma e di ulivo benedetti.
A questo punto, le streghe, dovevano contare minuziosamente i fili della scopa o sciogliere nodi, impiegando così tutta la notte, tempo a loro disposizione per la possibile esplicazione dell'influsso malefico; mentre lo spirito veniva "tagliato" dal coltello, riconfermando la sua importanza nella strumentazione magico - folklorica.1

Tutti questi riti sono legati a simbolismi comportamentali legati alla “soglia”: difatti si tramanda che l’ingresso fosse sede di numerose presenze spirituali e che proprio qui Gesù avesse posizionato il mondo dei morti; Egli li aveva confinati dove venivano più calpestati, quindi o sull’uscio di una casa o di una chiesa, ovvero dove passava più gente. Per questo motivo, non si dovevano mai mettere i piedi sulla soglia quando si oltrepassava l’ingresso, proprio per rispettare il mondo ultraterreno.2 

Un’altra maschera conosciuta è il nasocchio, una figura strana con un lungo naso e occhi grandi realizzata unicamente in terracotta, che viene spesso utilizzata all’interno delle case come auspicio di fortuna e ricchezza.
Tra i simboli apotropaici ricorrenti, collocati nei punti di accesso delle case come porte e balconi, si riportano anche il leone e la conchiglia, di cui il primo rappresenta la potenza, forse riferito anche alla stirpe della famiglia, e la seconda invece evoca l’accoglienza.

Anche Eolo, il Dio del vento, viene spesso posizionato davanti le porte per soffiare con la sua potenza, le brutte negatività.
L’uso di queste decorazioni architettoniche oggi assolve quasi unicamente la funzione ornamentale, la simbologia magica con il passare del tempo si è trasformata fino a perdere il significato originario.




Riferimenti:
1. LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI, MARIANO MELIGRANA, Il ponte di San Giacomo, SELLERIO EDITORE PALERMO,1989
2. D. MUCCI MAGRINI, Quando i necci erano il pane , Pistoia 2002.

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