lunedì 23 aprile 2012




Ninna nanne di Cetraro (Cs)
 


Non esiste al mondo cosa più dolce di una ninna nanna cantata da una madre che cerca di addormentare il suo bambino. Essa se lo tiene stretto al petto e, piegandosi sulla sedia, con movimento alternato e celere, ora innanzi e ora indietro, emette canti bellissimi per conciliare il sonno della sua creatura..

Le ninna nanne popolari costituiscono un lascito importante che la "vecchia" generazione ha cercato di trasmettere nel tempo.
Sono canti lunghi e melodiosi caratterizzati da versi intrisi di amorevole tenerezza, ricchi di significato.

Giovanni De Giacomo, folklorista calabrese della seconda metà dell'800, raccolse alcune di queste canzoncine registrate a Cetraro:

                                                          

A Ninna, Ninna ccu la ninna, ninna,

 Tu si' lu juri di li piccininni;
  Tu si' lu juri, tu si' la jurera,
   Tu si' lu juri di la Primavera;
Tu si' lu juri, tu si' lu jurillu
Tu si' lu juri di li piccirilli.

Piccirilla mia di chi m'adduri?

Di rosi, di violi, e jgli e juri.
 Piccirilla mia, m'adduri tantu
Di rosi, di violi e jgli janchi.
 Li rosi nu su fatti, e tu li tieni,
ca ccu l'adduru a mamma tua mantieni;
Li rosi nu su fatti, e tu li puorti,
ca ccu l'adduru a mamma tua cumpuorti.

Duormi, gioiuzza mia, duormi e riposa,
uortu di jgli, e zipala di rosi.
Duormi, ca ti cante mamma tua,
cara ti tena cchiù di l'uocchi sua;
Duormi ca ti cante mammarella,
catina d'aoru miu, fatta ad anella;
Duormi gioiuzza mia, no mi mancadi,
cumi non manca Diu di n'aiutadi;
Duormi, gioiuzza mia, oh, duormi duormi,
ca l'ura è passata di lu suonnu.

Mazzu di juri miu ngarofalatu
n'avisse beni la mamma e lu patri.
Mazzu di juri miu, mazzu d'amenta,
mamma ti chiama a tia figlia cuntenta.

Duormi, bellizzi mia, ad ura bona,
mo' chi ncielu la missa si sona.
Duormi , granizzi mia, ad ura santa
mo' chi ncielo la missa si canta.

Venengi suonnu, oh, venengi, venengi,
duvi sta gioia mia ntartenitingi
Venengi suonnu, e nu la straziandi
ca è piccininna, e nu lu sa contadi.
Venengi suonnu, e nu tardari l'ura,
vienimi a dorme stu mazzu di juri.

Tu va' ppi mari, ed iu ppi la marina,
iu pigliu pisci, e tu curalli fini.
Tu va ppi mari, ed iu ppi mari viegnu,
Tu pigli pisci, ed iu la rizza tiegnu.


Il suono di queste parole fa chiudere gli occhi alla bambina, ma la mamma continua a cantare per assicurarle un lieto sonno.


Lu beni di la mamma chini edi?
E' sta bella mia, e cara la tene;
cara la tene, e cara la tiegn'iu,
cara la tene la mamma di Diu.
Chiudèli l'uocchi tuoi, ca su galanti,
funtana di li petri diamanti:
Chiudèli l'uocchi tuoi, ca su brillanti,
l'ha fatti Gesu Cristu cu li santi.

Ti benedicu li mumenti e l'anni,
l'uri, chi spiennu ppi ti fadi granni;
Ti benedicu la ninna e lu latti,
 Ti benedicu ciò chi t'aju fattu;
Ti benedicu lu latti e la minna,
Ti bendicu bella piccininna.


La bambina sbadiglia e la mamma le fa il segno della croce* sulla bocca: si è addormentata. La donna la guarda dolcemente e dopo averla adagiata nella culla, torna sulla sedia a dondolo, quasi a voler vegliare il sonno di sua figlia.  Attenta ad ogni suono cerca di percepire cosa sogna la piccola.

La mamma diventa così anche custode dei sogni dei bambini. Lei li introduce in quel mondo oscuro e "irrelato" di demartiniana memoria, li accompagna con il canto e aspetta lì il loro risveglio.

La tranquillità percepita dai bambini durante questa melodia li porta inconsciamente ad imitare lo stesso suono e spesso anche il dondolìo quando sono da soli.
Si pensa, infatti, che  il lamento sonoro prodotto in tale circostanza sia da attribuire ad un richiamo a questi canti popolari.




Ciò che una madre canta vicino alla sua culla, accompagnerà un bimbo per tutta la sua vita”.

Henry Ward Beecher







* Credenza popolare che nell'atto dello sbadigliare, possano entrare dalla bocca e, dunque, arrivare all'animo dei bambini, spiriti maligni. Con il segno della croce, si scongiurerebbe tale pericolo.





RIFERIMENTI:

PLASTINO, G.  Ninna nanne di Cetraro di Giovanni De Giacomo in Suoni di carta: un'antologia sulla musica tradizionale in Calabria, 1571 -1957, A.M.A. Calabria, 1997.

 



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sabato 7 aprile 2012


     IL POPOLO IN CAMMINO


Per sottolineare l’importanza delle tradizioni locali, che vedono nei riti della Settimana Santa uno dei momenti più significativi, Riflessioni propone alcuni video del documentarista Gianfranco Donadio, nei quali troviamo diversi aspetti interessanti legati ai riti pasquali in Calabria.


A Nocera Terinese assistiamo al rituale dei flagellanti, "Disciplini" per gli abitanti di Cassano allo Ionio.




                    




Anche a Verbicaro, troviamo importanti tracce del rito della "flagellazione".

La prima documentazione relativa ai "Vattienti" di Verbicaro risale al 1473.

Il rituale avviene a notte profonda, e la gente per strada attende impaziente l'arrivo dei flagellanti.  Da un'altra parte, senza essere visti, alcuni uomini si incontrano fuori una cantina per mangiare e bere vino; è il luogo del primo sangue, dove essi iniziano a battersi.  Ad un primo segnale, la riunione conviviale si trasforma in un vero e proprio rito. Spostati tavoli, vino e cibo, i battenti cominciano a schiaffeggiarsi sulle gambe per far affluire il sangue e si colpiscono con un punteruolo, detto "cardillo".  Quando inizia ad uscire il sangue dalle ferite, altri uomini bevono un pò di vino e lo soffiano sulle ferite dei flagellanti. Con le gambe sanguinanti iniziano a correre fuori dalla cantina con le mani incrociate al petto. Fanno tre giri intorno al paese, fermandosi davanti le chiese, le edicole sacre, davanti casa di amici o parenti. Circa due ore dopo il rituale, inizia la processione dei fedeli con statue e quadri viventi. Ormai mattina, la processione termina davanti la chiesa principale del paese, dove, prima di far entrare le statue, alcuni bambini vestiti da angelo cantano la Passione di Cristo.



Le Varette di Amantea costituiscono un'altra grande manifestazione religiosa.

Le Varette sono nove figure, rappresentanti scene e personaggi delle ultime ore di vita di Gesù.
Queste  statue poggiano su una sorta di barella a quattro manici detta appunto "varetta", portate a mano o in spalla dai fedeli per tutta la processione.
La processione, che si snoda per le vie della città con un percorso di circa 4 km, prevede un preciso ordine dei santarìelli (altro nome con cui si ricordano i personaggi delle varette):

Gesù nell’orto degli ulivi confortato da un angelo; Gesù in casa di Pilato, davanti ai pretori, con accanto un giudeo ed un soldato romano; Gesù flagellato (l’Ecce Homo);  Gesù, caduto sotto il peso della croce, aiutato da Simone da Cirene (il Cirenèo); La Veronica asciuga il volto di Gesù, coperto di sangue; San Giovanni l’Evangelista; Gesù crocefisso; Gesù morto;  L’Addolorata alla ricerca del Figlio.

Una tappa significativa della manifestazione, è quella della raccolta della pianta di spine per formare le corone che i confratelli porteranno in testa per tutto il percorso, come simbolo delle varette.



                 




Ogni anno a Bova, in occasione della Domenica delle Palme, si compie un rito di particolare suggestione.

Per commemorare l'ingresso di Cristo in Gerusalemme, vengono intrecciate foglie di ulivo poste su una canna per realizzare figure femminili di rara bellezza. Il rituale inizia qualche settimana prima, quando alcune famiglie si riuniscono per iniziare il duro lavoro dell'intreccio. Mano a mano il pupazzo prende forma e viene ultimato la domenica, quando gli adulti aiutati dai più piccoli, l'addobbano con fiori, frutti e merletti. Un tempo, dalle campagne scendevano tanti intrecci colorati che raggiungevano il centro della città.
Pur essendo molto sentita, la tradizione delle pupazze ha conosciuto negli anni passati momenti di intensa crisi. Oggigiorno è stata ripresa soprattutto dalla buona volontà di alcuni cittadini che cercano di tramandare ai propri figli l'importanza di questa usanza, insegnando loro "l'arte dell'intreccio".




                




L'affruntata è una rappresentazione religiosa di origine pagana, che si tiene nei comuni delle province di Reggio Calabria e Vibo Valentia nel periodo di Pasqua. La manifestazione si svolge per le strade principali, dove tre statue, raffiguranti Maria Addolorata, Gesù e San Giovanni  vengono trasportate a spalla, da quattro portatori per statua, per simboleggiare l'incontro (l'affruntata) dopo la Resurrezione di Cristo.  La statua di San Giovanni, messaggera della Resurrezione,  fa la spola per 3 o 4 volte, con passo sempre più veloce. All'ultimo passaggio si incontrano correndo davanti Gesù, San Giovanni da una parte e l'Addolorata dall'altra, alla quale le viene subito tolto il velo nero del lutto, lasciando visibile un abito di festa.

La tradizione tramanda che una cattiva riuscita della funzione, è segno di cattivi presagi per la popolazione.


La Naca, è una manifestazione religiosa catanzarese che affonda le sue radici nel Seicento. L'origine del nome ha origini incerte, ma sembra derivi dal greco nachè, pelle di pecora, materiale con cui erano fatte le culle.
Ed è proprio una sorta di culla quella in cui viene deposta la statua di Cristo morto il Venerdì Santo.

La statua presenta quattro angeli ai lati e una grande croce dietro. Subito dopo l'uscita della Naca, arrivano Gesù e i due ladroni, seguiti dai centurioni romani e da un flagellatore. A seguire, la Madonna Addolorata.


 
 



RIFERIMENTI:


IMMAGINE:

http://it.wikipedia.org/wiki/File:La_Naca-_Catanzaro.JPG




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sabato 31 marzo 2012


Per grazia ricevuta

Nella concezione letterale il termine ex voto tradotto significa a seguito di un voto.
Questa pratica, comune  in differenti forme  a molte religioni, è un impegno che il credente assume nei confronti della divinità purché la stessa ne esaudisca le richieste, ovvero un ringraziamento per una grazia ricevuta.

Già nell'antichità era diffusa l'usanza di portare oggetti al tempio come ex voto.
Essi, potevano essere molteplici e  simboleggiavano la fase finale di un lungo processo che spesso,  però,  sfuggiva all’osservatore.

Si richiedeva inizialmente l’intercessione della divinità su una delicata questione, e poi a preghiera esaudita,  si proseguiva  con il pellegrinaggio fino all’esposizione dell’oggetto offerto. 

Solitamente gli ex voto  non rappresentavano  il miracolo, ma l’attimo che lo precedeva, quindi la realtà storica infausta che viveva il fedele in quel momento.

Le chiese, i santuari, i musei, sono pieni di oggetti che rappresentano ex voto.
Essi possono rappresentare materiali raffigurativi: riproduzioni di parti anatomiche in terracotta, attrezzi, edifici, dipinti, oleografie, fotografie;  simbolici (cuori, trecce, ceri, pane, ecc.);  circostanziali,  quindi attinenti l’evento (stampelle, armi, ecc.);  doni (gioielli, tessuti, animali, ecc.) ; costruzioni (cappelle, chiese, altari, ecc.).
Si può donare alla divinità qualsiasi cosa,  anche se spesso per  confermare  la purezza dei propri sentimenti,  si rinuncia a qualcosa a cui il devoto è legato affettivamente.
Anche la preparazione del banchetto dei poverelli rappresenta  un ex voto, essa difatti viene classificata nel gruppo dei non materiali (beni o denaro, novene, pellegrinaggi, digiuni, ecc.).


Pitture votive

Sono disegni impressi su tavole, realizzate o commissionate dal miracolato per donarle simbolicamente al santo che avevano pregato durante la tragica esperienza rappresentata nel dipinto.
Su molti vi è impressa la sigla PGR (per grazia ricevuta), in altri è scritta sotto una breve spiegazione dell'avventura.
A partire dal XX secolo,  gli ex voto simbolici prendono il sopravvento rispetto alle pitture votive, questo dovuto probabilmente alla chiusura delle botteghe artigianali e dalla scomparsa dei pittori per così dire “specializzati” che  eseguivano i lavori per i committenti.



Ex voto Messicano



Descrizione:

"Stavo nuotando e ad un tratto una piovra mi afferrò con i suoi tentacoli, trascinandomi giù. Pensavo di morire...ho pregato la Vergine di Guadalupe e, all'improvviso, la piovra mi lasciò e riuscii a salire in superficie. Mi sono salvata grazie all'intervento della Vergine".  






Descrizione:

"Le sorelle Castro andarono nel bosco per raccogliere legna e qualche frutto, ma non si accorsero  di essersi avvicinate alla cava dei demoni e del loro animale indiavolato. Ormai vicine all'ingresso, impaurite decisero di affidare la loro vita alla Vergine di San Juan e iniziarono a camminare lentamente dalla parte opposta, perchè secondo la leggenda, chi osava scappare velocemente, l'animale inferocito usciva dalla grotta per attaccarlo. Le sorelle ringraziarono la Vergine per essere arrivate sane e salve a casa".







Ex voto italiano - Alcuni navigatori ringraziano la Madonna delle Grazie per averli salvati dalla furia delle onde durante una tempesta.




I cinti

I cinti, rappresentano un’antica tradizione  presente con varianti nel Mezzogiorno: “centi” nel Cilento, “Cicli” in Sicilia  e “cigli” nel salernitano.  E’ un tipo di ex voto a forma di chiesa su base legnosa, costituito da una serie di candele addobbate con immagini sacre, fiori e festoni di carta colorata.  La loro grandezza è pari all’offerta fatta alle donne che li realizzano, mentre le candele vengono donate alla Madonna per essere accese  durante tutto l’anno.

Famosi ex voto, sono i cinti di Avigliano, che  il 16 luglio vengono portati a spalla dai devoti verso il Santuario Mariano del Monte Carmine.
I Cinti aviglianesi hanno caratteristiche differenti che li rendono unici: rappresentano Santuari e Chiese importanti, sono costruiti a mano con candele decorate ed hanno imponenti dimensioni.
Nel periodo successivo al conflitto mondiale, molti reduci di guerra fecero costruire cinti con forme particolari: aerei, navi, blindati e veicoli bellici, per rappresentare i corpi di armata nei quali  essi avevano combattuto: esercito, marina e aeronautica.  Era un modo per ringraziare la Madonna del Carmine per aver accompagnato  il loro ritorno a casa.

L'uso dei cinti è molto diffuso anche in Calabria, ma viene registrato maggiormente nelle zone montuose ai confini del Pollino. A volte, scalze,  le donne portano i cinti sul capo fino alla chiesa del loro santo protettore, come nel caso della Madonna delle Cappelle di Laino Borgo (Cs). 

Gli ex voto rappresentano un fenomeno di straordinaria importanza per i moltissimi significati di cui sono portatori. Questa usanza affonda le sue radici nel cuore della tradizione e cerca di tramandarla nel tempo attraverso forme rituali di religiosità popolare collettiva che, dal paganesimo al cristianesimo, sono rimaste immutate nel tempo. 


                                 
                  


Cinti di Papasidero (Cs) dedicati a San Giuseppe


                     
            




Foto di Luca Oliva 






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sabato 10 marzo 2012


U MANGIARI 'I SAN GIUSEPPE


 La festa di San Giuseppe che si celebra il 19 Marzo ha origini molto antiche, che risalgono alla tradizione pagana.

Il 19 Marzo è a tutti gli effetti la vigilia dell’equinozio di primavera, quando si svolgevano i baccanali, i riti dionisiaci volti alla propiziazione della fertilità.

Secondo la tradizione, San Giuseppe, oltre ad essere il patrono dei falegnami e degli artigiani, è anche il protettore dei poveri, perché viene tramandato che a Giuseppe e Maria fu negato un riparo per il parto da poveri in fuga. Da ciò l’usanza presente in alcune regioni del Sud di invitare i poveri il 19 Marzo al banchetto di San Giuseppe.

E’ il giorno dei Conviti.

La tradizione vuole che quasi in tutte le famiglie, per precedente voto o per devozione, s’imbandisce un pranzo ai poveri, i quali devono rappresentare simbolicamente  i personaggi della  Sacra famiglia.

A Laureana di Borrello (RC) si invitano 3 poveri: un vecchio, una donna e un bambino, che simboleggiano rispettivamente San Giuseppe, Maria e Cristo. Il pranzo viene servito da  colui o colei che ha fatto il voto e,  i poveri,  siedono alla tavola benedetta da un sacerdote.1

Anche in provincia di Cosenza, a  S. Domenica,  Orsomarso, Sangineto,  Bonifati, Verbicaro  si fa l’invito di S. Giuseppe.  I poveri si  prestano e accorrono dai paesi vicini.
Subito dopo la preghiera, i padroni servono a tavola:  i poveri assaggiano tutto e lasciano, per tradizione, un catollo (pezzo) di pane al padrone.
Piatti di rito sono fagioli con maccheroni, ceci, lenticchie, baccalà in umido e fritto, zeppole, pepi, olive.2

A Bivona (RC),  nella parete frontale delle case, in posizione centrale, viene collocata una immagine o una statua di San Giuseppe; nelle restanti pareti laterali si appendono lenzuola e ricami bianchi.

Sulla tavola non manca mai una brocca contenente acqua e vino con cui i tre “SANTI” si lavano le mani (segno dell’ unione fra gli uomini), ma era abbastanza diffusa anche la tradizione di  preparare un acquario con un’anguilla viva (o un pesce), simbolo del serpente che tentò Adamo ed Eva, o ancora del frumento cresciuto in un contenitore con del cotone come buon auspicio di fertilità dei campi.

Le tavole, decorate con rami di alloro ed agrumi che fungono da cornice, vengono disfatte il giorno seguente a mezzogiorno quando si realizza il “pranzo dei poverelli”.

La mattina del 19 marzo  si celebrano due messe con la distribuzione del pane benedetto, mentre nel pomeriggio si snoda la processione che termina con i tradizionali fuochi d’artificio in piazza San Giovanni.3
Le tavolate di San Giuseppe sono diffuse anche in Sicilia e vengono chiamate mangiari di San Giuseppe: una famiglia decide di fare un voto al santo e, a grazia ricevuta, per la sua festa scioglie la promessa.
Si allestisce in una camera della casa un tavolo enorme, apparecchiato con le tovaglie più belle e sulla parete un quadro di San Giuseppe.
Si cucinano e si espongono sul tavolo tutti i cibi: frittate di carciofi, fave, piselli, cavolfiori, asparagi di montagna, dei grandi pani decorati, pesce e altre verdure cucinate in pastella e fritte, pasta con le sarde, pasta con i broccoli in tegame.

Accanto, il tavolo dei dolci: pignolata, torrone di mandorle, sfinge di san Giuseppe con o senza crema di ricotta.

Il tavolo viene ornato di rami di arancio con zagara, da un lato tutte le primizie: Ciliegie,Pesche,Fragoline.

Si invitano 12 poveri, che in questo caso, rappresentano gli apostoli.

Si apparecchia un altro tavolo con le stoviglie migliori e i padroni di casa servono il pranzo: quello che rimane viene loro distribuito.

I vicini di casa vanno in visita, assaggiano qualche dolce e lasciano un'offerta in denaro o in natura. Anche tutto questo verrà diviso a quei 12 commensali.

Questa usanza è particolarmente viva a Polizzi (PA), dove il banchetto un tempo veniva imbandito dentro la chiesa di San Giovanni Battista.4

Elemento importante legato a questa festa è il pane, che soprattutto nel contesto siciliano viene deposto sugli altari delle chiese e viene lavorato secondo antiche tecniche volte a simboleggiare la barba, il volto, il bastone e le iniziali del Santo.

In Puglia, il pane deve essere di forma circolare e vuoto al centro. Sulla crosta riporta dei simboli che identificano il "Santo" a cui è destinato il pane; le tre sfere simboleggiano Gesù bambino, il rosario la vergine Maria, il bastone San Giuseppe. Il devoto, ad Otranto, alcuni giorni prima della celebrazione individua le persone che dovranno poi ricoprire il ruolo di un Santo. Le Tavole, a seconda del voto espresso, possono essere composte da un minimo di tre fino ad un massimo di tredici Santi; non possono però essere in numero pari.  Alle tre figure sacre si aggiungono, per la tavola da cinque elementi, Sant'Anna e San Gioacchino; a quella da sette Sant'Elisabetta e San Giovanni; a quella da nove San Zaccaria e Santa Maria Maddalena; da undici Santa Caterina e San Tommaso; infine da tredici San Pietro e Sant'Agnese.




Copertino(LE): una delle edizioni delle “Tavolate di San Giuseppe” degli anni '50


Il soggetto che impersona San Giuseppe gestisce i tempi del pranzo: inizia con l'assaggio di una pietanza accompagnata dalla preghiera e, una volta terminato, concede l’assaggio agli altri per  pochi minuti;
difatti quando "San Giuseppe" batte per tre volte la forchetta sul suo piatto, i commensali debbono interrompere il pasto per iniziare con la preghiera.

Quindi un devoto introduce una nuova pietanza ed il ciclo si ripete. Tutto il rito è scandito dalle preghiere e dal rosario; tutti i partecipanti, commensali e presenti sono guidati da una voce narrante.5


In alcuni paesi del reggino, alla mensa viene rappresentata tutta la Sacra Famiglia: San Giuseppe, la Sua diletta sposa, Gesù Bambino, Sant' Anna e San Gioacchino, accompagnati da tredici "verginelle" (virginedi) vestite di bianco.
Fra una vivanda e l'altra, tredici per tradizione, si elevano laudi di ringraziamento al santo, come quello registrato a San Martino di Taurianova (RC) :

San Giuseppi, chi siti lu Patri,
siti virgini comu la Matri;
Maria la rosa, Giuseppi lu gigliu:
dàtindi aiutu, riparu e cunsigliu!

(San Giuseppe, che siete il Padre,/ siete stato puro come la Madre;/ Maria la rosa, Giuseppe il giglio:/ concedeteci aiuto, riparo e consiglio!).

oppure questa preghiera che viene utilizzata anche nella recita del rosario:

San Giuseppi meu, Patri dilettu,
veniti a la me' casa ca V'aspettu:
a la me' casa vògghiu mu veniti,
a li bisogni me' mu succurriti!

(San Giuseppe mio, Padre diletto,/ venite alla mia casa che Vi aspetto:/ desidero che alla mia casa Voi veniate/ e ai bisogni miei Voi soccorriate!).

Davanti all'altare, addobbato accanto al focolare domestico con l'effigie del Santo, ogni sera - per l'intera novena - i familiari e il vicinato pregano e implorano le grazie celesti.

San Giuseppi vecchjarellu,
cu' la nnocca e lu cappellu.
Lu cappellu 'nci volàu,
supra 'na rosa si posàu:
si posau pe' meraviglia,
San Giuseppi cu' so' figliu.

(San Giuseppe vecchierello,/ con il fiocco e col cappello./ Il cappello gli è volato,/ sopra una rosa si è posato:/ si è posato per un prodigio,/ San Giuseppe con suo figlio)6

Nei paesi delle Serre calabresi , la giornata di San Giuseppe vede tutti i più poveri, contemporaneamente, andare in giro e bussare porta a porta a chiedere la vucateza di San Giuseppe.
Ogni famiglia prepara le vucatezi con i ceci, e i poveri, girano in processione per chiederle in elemosina.
I ceci di San Giuseppe si mangiano con le rape o con altre verdure ma alcuni poveri non avevano nemmeno olio per condire, per questo quando giravano per una vucateza chiedevano anche un po’ di olio per condirsi qualcosa.7

Nel mese di Marzo venivano svolti anche i riti di purificazione agraria. Tracce del legame con questo tipo di culti si ritrovano nella tradizione dei falò dei residui del raccolto dell’anno precedente, ancora diffusi in molte regioni.
A  Castrovillari (CS), la vigilia di San Giuseppe, viene festeggiata con le cosiddette focarine, ovvero i tradizionali falò in onore al “santo falegname”, che accompagnano i fedeli al 19 marzo. Anche nel Salento  e in Romagna sono stati registrati falò la sera del 18 marzo.

I fuochi di Marzo (focarine, focaracce) rappresentavano nel mondo contadino un dialogo tra l’uomo e le forze della natura,  che avveniva anche attraverso i riti del fuoco. Nel post sul Carnevale, Riflessioni si è  soffermato  molto  sull’importanza  del fuoco come simbolo di rinascita, ma  per arrivare a ciò l’uomo doveva partecipare anche a  delle sfide simboliche, delle vere e proprie prove di coraggio, che permettevano il controllo del territorio o, comunque,  garantivano  la predominanza  temporanea  sull’altro. Proprio per questo, si aveva molta cura nella preparazione della focarina, in quanto bisognava  spesso fare il salto della fiamma. Nel mondo contadino saltare la fiamma significava simbolicamente porre lo sguardo su di un futuro che spesso si presentava incerto e imprevedibile, proprio perché legato al volere della natura e del clima.
Passare incolume tra le fiamme era un segno di vittoria e di controllo dell’uomo nei confronti del fuoco e della sua potenza. Per il mondo maschile il salto era espressione di virilità, di abilità e coraggio; per le giovani donne rappresentava invece la fertilità e di conseguenza il loro futuro di mogli e madri.8


RIFERIMENTI:

1.  G.B. MARZANO,  Appendice agli usi e costumi di Laureana di Borrello in “La Calabria”, A. IX, n. 3 febbraio 1897.
2.  V. PADULA, Calabria prima e dopo l’unità, Bari, Laterza, 1972, vol.1
3. “La festa di San Giuseppe” – Bivonain.com
4. “Tradizioni popolari”  -  Forumlive.net 
5.  Otrantopoint.com
6.  D. CARUSO,  Riti e devozione in Calabria in onore di San Giuseppe tra presente e passato - "STORICITTA'" - Rivista d'altri tempi - Mensile di Lamezia Terme (CZ)- Anno XI n. 104 - Marzo 2002.
7. V. TETI,  Il pane, la beffa e la festa. Alimentazione e ideologia dell’alimentazione nelle classi subalterne, Rimini - Firenze, Guaraldi, 1976
8. “Fuochi di Marzo” – Metweb.com 





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lunedì 20 febbraio 2012


La filosofia degli opposti

                         nel carnevale di Vincenzo Ammirà

Il 3 febbraio 1898 si spense  a Vibo Valentia il poeta Vincenzo Ammirà, considerato tra i maggiori esponenti della letteratura dialettale calabrese.
L'interesse di questo scrittore della piccola borghesia colta calabrese per la cultura popolare fu grande e autentico, sia perché alla metà dell’Ottocento la piccola borghesia dei villaggi e delle piccole città dell’Italia meridionale era ancora profondamente radicata nelle culture delle campagne e del paese, sia perché nelle scuole e nei vari seminari dell’epoca la stessa cultura intellettuale veniva a contatto con quella letteratura popolare di cui coglieva gli aspetti più trasgressivi ed osceni.1

Il suo contributo nella cultura erotica popolare rimanda ad alcuni poemetti pubblicati qualche anno fa: Rivigliade, Ngagghia, Ceceide, nei quali troviamo aspetti “particolari” del carnevale.

L’aspetto “carnevalesco” in esse presente, si costituisce come spazio di divertimento, di realizzazione del piacere. I piaceri del carnevale sono, essenzialmente, piaceri corporei.
Anzitutto il piacere sessuale. Ed è quello che caratterizza la Ceceide, l’opera più famosa dell’autore.

Viene celebrata la figura di una celebre prostituta di un villaggio calabrese, la quale, in punto di morte, decide di fare testamento e di magnificare il suo corpo, il suo lascito, le sue “virtù”, la sua esistenza, da cui non emerge nessun comportamento peccaminoso.2

Cecia, la protagonista, conquisterà un nuovo status, un’altra dignità, solo con la glorificazione delle proprie gesta e il plauso e il rimpianto degli altri, dei vivi. Essa rappresenta  l’ideale di una sessualità senza peccato, che si può leggere dentro tutto il sistema dei simboli e delle immagini del carnevale e che costituisce una delle dimensioni più interessanti della filosofia popolare del sesso.3

Il carnevale presente nelle opere di Ammirà, segue il filone della rappresentazione della realtà capovolta anche nell’iconografia cristiana: il cielo da sempre visto come sede degli angeli, ora è invece coperto da donne nude che intonano canzoni oscene e le due famose prostitute delle sue opere, Cecia e Riviglia, vengono persino rivestite dei simboli del potere e della gloria: la palma e la corona.  La filosofia degli opposti di Ammirà, trova poi il suo acume nell’identificazione dell’etèra con la sua esatta negazione:  la vergine.4

Cecia rappresenta la liberazione, il trionfo della sessualità, l'illecito che diventa naturale. Salita al cielo, la donna ritorna persino pura, come simbolo di questo rovesciamento blasfemo del carnevale. Il realismo grottesco che ritroviamo in questi poemetti tende un po’ a ribaltare quei valori culturali presenti sia nella scena del funerale e dell’ascensione al cielo di Cecia, sia nel lamento funebre di Riviglia.5 

In realtà, l’intento del poeta era quello di abbattere il muro della ipocrisia delle classi egemoni che, facendo riferimento alla morale cristiana, facevano dell'eros un tabù da relegare esclusivamente alle loro camere da letto.

Per questo, lo scrittore, facendosi "garante" del pensiero della società contadina,  descriveva con i suoi poemi il disagio della cultura subalterna riguardo la libertà di esprimere la realtà del sesso e dell’amore, lanciando un messaggio ben preciso: un inno alla gioia di vivere, alla trasgressione e un invito ad abbandonarsi alle sensazioni libidinose senza mai trascendere nel volgare.

RIFERIMENTI:

1. SCAFOGLIO D., Norma e trasgressione nella letteratura popolare, Roma - Reggio Calabria, Gangemi, 1984.
2. GALATI G., Vincenzo Ammirà patriota e poeta calabrese, Firenze, Vallecchi, 1930.
3. SCAFOGLIO D., op.cit.
4.  Ibidem
5.  Ibidem



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domenica 12 febbraio 2012



IL MONDO ALLA ROVESCIA

Nel 1965, J. Caro Baroja, il più autorevole folclorista di Spagna, apriva il suo voluminoso libro dedicato al carnevale spagnolo con quest'annuncio: «EI Carneval ha muerto». Anche in Italia, chi avesse seguito le sorti di questa festa negli anni Settanta, ne avrebbe ricavato l'impressione di un rapido ed evidente declino che negli anni Cinquanta vide la sua quasi definitiva scomparsa.
Invece, verso la metà del decennio successivo, si è verificato un grande risveglio.
Le vecchie consuetudini sono state riproposte con maggior vitalità del passato e, di anno in anno, è aumentato il numero dei centri che rispolverano le tradizioni legate a questa festa del mondo alla rovescia, in cui tutto si capovolge; un disordine rituale temporaneo in vista di una solenne restaurazione dell’ordine permanente.  Si rinnova così il rito pagano che accomuna la gente nel condannare a morte un fantoccio di pezza, simbolo delle tristezze quotidiane.
Questo “buffo” comportamento, permesso solo a Carnevale, era da ascrivere ad una sorta di desiderio di riscatto e di rivalsa del popolo, sia nei confronti delle classi sociali egemoni che nei confronti di una condizione storica di sottomissione e soccombenza.
Il termine Carnevale deriva probabilmente dal latino carrus navalis, carro navale, termine reinterpretato con carnem levare (togliere la carne) che, inserendosi formalmente nel calendario festivo cristiano, occupa lo spazio immediatamente precedente la Quaresima (a partire da una data variabile secondo le tradizioni locali: in Basilicata e in Sardegna si parte il 17 gennaio, festa di Sant’Antonio) e termine ultimo è nel rito romano il martedì  precedente al mercoledì delle ceneri, in cui è d’obbligo l’astinenza dalla carne. 
Nel rito ambrosiano invece l’ultimo giorno è il sabato precedente la prima domenica di Quaresima.
Il confronto con la religione cristiana può continuare mettendo in antitesi la Settimana grassa: martedì grasso, giovedì grasso, con la Settimana Santa: giovedì, venerdì e sabato santo, così come la stessa Passione di Cristo, che vede, in alcune tradizioni, la sua contraffazione irriverente nella passione di Carnevale: un re per burla, che alla fine del periodo viene simbolicamente ucciso 1

Il personaggio Carnevale, secondo alcune tradizioni calabresi, consuma un enorme pasto fino all'indigestione. Si chiamano i medici e, Carnevale morente, fa il proprio testamento al notaio e chiede perdono al prete.  Morto Carnevale, Coraìsima, sua moglie, piange il marito defunto. Tutti piangono Carnevale e infine al “fantoccio” viene dato fuoco in piazza.






                                                         Carnevale di Calenzano (FI)


Alla morte di Carnevale segue il suo funerale.

A Borgia, il martedì, un fantoccio viene deposto in una bara portata a spalla da quattro ragazzi vestiti di nero.  Alla fine del paese il corteo si ferma  e il fantoccio viene appeso a un albero. Un ragazzo legge il testamento in cui Carnevale lascia le parti del suo corpo ad alcune persone che seguono il corteo e, al  termine della lettura del testamento, il fantoccio viene bruciato. A Cortale  il lunedì  si gira per il paese  con un uomo impersonante Carnevale , che beve vino in una bara posta su un camion; così anche a Castiglione Marittimo, dove l’uomo deposto nella bara ha il compito di raccogliere  i doni offerti dalla popolazione (vino, salsicce, ecc.).
A Davoli, Pedace, Satriano, Piscopio, si porta in giro il “vecchione”, un pupazzo fatto da un manichino rivestito di stracci che viene poi bruciato in piazza.

La domenica successiva viene portata per tutto il paese Quaresima , moglie di carnevale per essere bruciata anche lei in piazza.  A Francavilla Angitola per le strade del paese vengono portati  entrambi Carnalivari e Coraisima.  Il corteo  è seguito dai familiari che mimano un atteggiamento di cordoglio 2.
Salomone Marino descrive un’antica mascherata siciliana di fine Ottocento che si faceva l’ultima sera di Carnevale, rappresentante la morte del Nonno, cioè di carnevale stesso.
Il corteo funebre piange, grida, schiamazza  mentre procede lentamente:

Ah, Nannu, Ahi, Nannu!  E come facemu senza di tia? Oh, Nannu! E come campamu? Oh, Nannu! Ahi, Nannu!

Particolare è il pianto di “Coraìsima” che, listata a lutto, piange lo sposo strappandosi i capelli con urla strazianti. Dopo la morte del marito, rispetterà un digiuno di quaranta giorni fino al lunedì di Pasqua 3.


Manifestazioni di questo tipo sono state registrate anche in alcune località del Nord Italia.




                                                    Carnevale di Gessopalena (CH)



Carrasegàre, il Carnevale sardo, è però qualcosa di più. Soprattutto nelle zone interne, questa festa antica rappresenta il risveglio della terra dopo l'inverno, e conserva ancora notevoli valori socio-culturali legati al mondo arcaico. Infatti, le tradizioni agricole e pastorali riaffiorano, in tutta spontaneità, dai rituali propiziatori del raccolto.
I festeggiamenti prendono l’avvio il 16 gennaio, quando si accendono i falò in onore di Sant’ Antonio Abate. In tale ricorrenza le maschere più autentiche si danno appuntamento attorno ai fuochi per sbizzarrirsi nei caratteristici balli che si accentuano con il passare dei giorni.
Da ciò ha forse tratto origine l’antico detto “is ballus de sacarapèzza si prànginti in Carèsima” (i balli di Carnevale si piangono in Quaresima) 4.

La nenia funeraria,  il riso, la maschera, i cibi rituali e la dimensione sessuale – orgiastica, in realtà,  rappresentano una strategia culturale di difesa e di riaffermazione della vita stessa: si piange il morto per inneggiare alla vita.  Una parodia che sdrammatizza la morte,  la sfida e la prende in giro; utilizza il fuoco simbolo di vita per bruciare simbolicamente con Carnevale, la miseria di una
società che per un giorno chiede rivincita sulla morte.
Questo rituale che afferma il suo contrario, celebra la liberazione dello spazio paesano ritrovando così purificata coesione. 



 
RIFERIMENTI:

1.  Associazionefinisterre.it
2. P. TOSCHI, Le origini del teatro italiano, Torino, Einaudi, 1955.
3. S. SALOMONE MARINO, Costumi ed usanze dei contadini di Sicilia, Forni Editore, 1879.
4.  Sardegnaweb.it 


IMMAGINI: 

http://web.comune.calenzano.fi.it/portale/schede/ufficio_relazioni_con_il_pubblico/carnevale-medievale-a-calenzano/foto-del-carnevale/fuoco.jpg/view

 http://www.ilsitodi.it/gessopalena/tradizionipopolari/carnevalemorto/carnevale_morte.htm

 



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martedì 7 febbraio 2012



"Vista dai giovani, la vita è un avvenire infinitamente lungo.
Vista dai vecchi, un passato molto breve".

Arthur Schopenhauer










Immagine: http://www.albanesi.it/Mente/anziani.htm





 La Varia di Palmi (Rc )      "Li bellizzi su a lu Scigghju, janchi e russi  a la Bagnara, li forzuti sunnu a Parmi chi si ...